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Samildanach.
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Novembre 27, 2024 alle 8:08 am #9980
Il corpo della bestia, ancora caldo, giaceva a pochi metri dalla strada. L’imponente forma scura, trafitta da molte frecce e ormai immobile, continuava ad emanare un’aura di brutale vitalità. Erano mesi che quella cosa infestava le campagne vicino a Terminalbosco, facendo strage di animali domestici e spaventando i viandanti. Pochi giorni prima Baldo Tulpenny, uno scavezzacollo di Hobbiville che conosceva bene i boschi e non era certo un fifone né uno che parlava a vanvera, si era presentato alla casa dei guardiacontea di Lungacque tremante e terrorizzato, raccontando di essere stato inseguito da qualcosa nel bosco, qualcosa che non era stato in grado di vedere ma che assicurava essere enorme e affamato. Molto probabilmente era anche responsabile della sparizione di alcuni incauti viaggiatori, che si erano verificate nelle scorse settimane. Halbarad si inginocchiò vicino alla creatura per esaminarla meglio, facendo cenno ai suoi compagni di avvicinarsi con le torce. “E’ morto” sibilò, sputando a terra con disprezzo. Poi imprecò e si rivolse ai suoi uomini :“chiamate Maggot”. Il vecchio hobbit si avvicinò a piccoli passi, seguito a breve distanza dai suoi cani, che continuavano a ringhiare e a scattare nervosamente, agitati dal pungente odore del sangue che ormai aveva inzuppato il terreno. Gettò uno sguardo al cadavere e non poté evitare di rabbrividire, ma trovò comunque la forza per interrogare il Dúnedain: “Perbacco, Halbarad, non si era mai visto un lupo così grande da queste parti!”. L’uomo lo fissò per qualche secondo, soppesando bene le parole da usare. Sebbene il fattore fosse persona di assoluta fiducia, era sempre meglio essere cauti. Gli hobbit amano i pettegolezzi, e la notizia dell’uccisione di un mannaro entro i confini della Contea si sarebbe diffusa come un incendio tra le sterpaglie, avrebbe causato un’ondata di panico tra la popolazione. “L’importante è che ora non sia più una minaccia. Sei stato fortunato che fossimo nei paraggi, i tuoi cani sembravano impazziti di paura. Non era un lupo comunque, sembrerebbe uno strano tipo di orso, ma di che specie non saprei dire” mentì il Dúnadan. Maggot, che capiva molto più di quello che dava a vedere, comprese al volo le preoccupazioni del Ramingo, e si affrettò a rassicurarlo. “Grazie ancora per il vostro intervento, se non fosse stato per voi chissà cos’avrebbe combinato quella bestiaccia! Lupo o orso che sia, mi occuperò immediatamente di bruciare quella carcassa, in modo che non ne rimanga traccia. E, beninteso, per il resto della notte sarete miei ospiti.”Halbarad si inchinò profondamente, con uno scintillio di ammirazione negli occhi. “Siamo intesi, messer Maggot. Una minestra calda e un tetto sulla testa per qualche ora saranno di certo graditi ai miei uomini.”“Bene! Bene! Allora occupiamoci in fretta di far sparire questa cosa” disse ridacchiando nervosamente ed appioppando un bel calcione al mannaro morto.“Bene, occupatevene voi” disse allora Halbarad rivolgendosi al gruppetto di Dúnedain che stavano già provvedendo ad allestire un rogo improvvisato. “Io ho bisogno di riflettere”, e senza aggiungere altro si inoltrò nel buio, alla ricerca di un posto tranquillo per pensare a quanto appena accaduto. Halbarad si incamminò con passo deciso attraverso il noccioleto, sul piccolo colle che dominava la proprietà di Maggott. Arrivato sulla sommità, stese il mantello sull’erba umida e e si sedette in silenzio a contemplare l’immensità del cielo. Sospirò, sentendosi sopraffatto dalle responsabilità. Dopo la morte di Arathorn nulla era stato più come prima. Arathorn: il suo Maestro, il suo Capitano, il suo amico. Non era riuscito a proteggerlo e ogni giorno doveva scontare il peso di quella colpa. Per vent’anni aveva guidato i Dúnedain in sua vece, per vent’anni aveva atteso che il figlio di Arathorn, Aragorn, fosse abbastanza grande per prendere il posto che gli spettava alla guida del suo popolo. L’Oscurità avanzava, e si sentiva smarrito come mai era stato nella vita. Perso in quelle riflessioni, si accorse solo all’ultimo momento di uno strano movimento tra i cespugli alla sua destra, proprio ai margini del campo visivo. Sarebbe stato impossibile sguainare la spada da seduto, quindi portò lentamente la mano all’elsa del pugnale che aveva assicurato al fianco, pronto a scattare al minimo pericolo, e contemporaneamente cercando di capire la natura della minaccia. Non serve sottolineare quanto fu sorpreso vedendo spuntare dal folto della vegetazione un giovane uomo, vestito alla maniera elfica. “Dannazione a te, ragazzo! Rischi di farti ammazzare spuntando così alle spalle della gente!Da dove diamine arrivi?”. Il nuovo arrivato fece un inchino, portandosi una mano al cuore in segno di rispetto, senza dire una parola. I due uomini si guardarono a lungo negli occhi, studiandosi reciprocamente, sentendo l’istintiva affinità di un antico retaggio comune. Un’altra voce, che il ramingo conosceva bene, spezzò l’incanto di quel momento “Ai na vedui Dúnadan!Mae govannen, Halbarad!” esclamò Mithrandir avanzando a grandi passi verso i due “ecco Aragorn figlio di Arathorn, che ritorna tra la sua gente! Abbi cura dell’erede di Isildur, insegnagli tutto ciò che sai, trasforma il ragazzo in Capitano! Che la speranza divampi!”. E sotto le stelle di mezzo autunno, per la prima volta dalla morte di Arathorn , Halbarad sentì di potersi redimere e pianse senza vergogna silenziose lacrime di gioia.
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